Anaïs Nin, “Diario I: 1931-1934”

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Anaïs Nin, ovvero l’eterna lotta tra l’affermazione della donna e quella dell’artista. Pare che la natura umana non accetti la convivenza di entrambe in un unico corpo – mentre l’uomo nasce già un po’ artista di per sé, in modo quasi fanciullesco, e non ha mai bisogno di diventare un uomo veramente. Tutto quello di cui ha bisogno è una donna pronta a soddisfare ogni suo bisogno. E la scelta del ruolo della donna coincide necessariamente con quello di madre, per una molteplicità di forme diverse di figli.

Anaïs Nin è un’avventuriera, nel senso che non ha paura di avventurarsi negli anfratti più reconditi e ben mimetizzati della psiche umana. Il suo diario è un viaggio in cui la donna ci conduce alla scoperta di sé stessa, e l’artista tesse i trucchi della sua immaginazione, attraverso gli specchi forniti dagli altri. Altri che sono sempre bisognosi, avidi, gelosi, anche quando dovrebbero incarnare il ruolo di una guida — familiare, artistica, spirituale. Nel mondo di Anaïs ci sono solo artisti e nevrotici, ovvero artisti mancati, innamorati della fuggevolezza dell’artista ma smaniosi delle grazie della donna. In ultima istanza, nel mondo di Anaïs c’è soltanto Anaïs.

Quella del diario è una forma d’arte controversa. Conosco più di una persona convinta che un diario sia una questione privata, che con l’arte non ha nulla a che spartire; piuttosto, è vicina alla pornografia. Ma Anaïs Nin sapeva che un vero artista crea prima di tutto sé stesso, e questo è il motivo che la spinse, durante i tre anni narrati in questo primo volume, a ritornare varie volte sul rapporto con il padre e a frequentare gli studi di psicoanalisti del calibro di René Allendy e Otto Rank, fino a scegliere lei stessa di praticare l’analisi.

Anaïs Nin non andava a caccia di artisti per un mero desiderio di grandezza: era lei per prima a essere un’artista. Ed era una donna, in un’epoca in cui l’immagine sociale del suo sesso usciva devastata dalle teorie psicoanalitiche di Freud in qualità di desiderio di rivolta all’organizzazione patriarcale vittoriana. Un desiderio sessuale.
Nel primo Novecento non si sapeva ancora nulla del mondo interiore delle donne, giacché fino a quel momento non era previsto che ve ne fosse uno. Attraverso la voce di Anaïs, Otto Rank ci spiega come «In primo luogo è stato l’uomo che ha inventato l’anima. L’uomo è stato il filosofo, lo psicologo, lo storico e il biografo. La donna ha potuto solo accettare le classificazioni e le interpretazioni dell’uomo. Le donne che hanno avuto parti importanti pensavano e scrivevano come uomini».

Ma gli anni Trenta in Occidente sono il tempo in cui le donne che non sono impegnate a muovere guerra agli uomini (vedi Zelda) cominciano a pensare come donne. E mentre gli uomini continuano a cercare disperatamente di affermare la propria individualità – essere il solo e l’unico, almeno per la donna che lo serve – Anaïs sente di essere «una tra le tante», un simbolo per tutte le donne che siano mai esistite, la voce di tutte le donne esistenti. E lo sentirà fino al dramma che segnerà la sua vita di madre: quello del dare alla luce una bambina nata morta, l’unica creazione che non le sia riuscita. Se è vero l’assioma di cui all’inizio, forse Anaïs non era destinata a generare una donna, bensì “solo” una grande artista.

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Diario I: 1931-43
Bompiani, 2014
432 pp.

 

 


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